mercoledì 22 aprile 2009

C'ERA UNA VOLTA LA FABBRICA DEI PRETI

(il Piccolo - 08 marzo 2009 - pagina 25 - sezione: CULTURA - SPETTACOLO)

di PAOLO RUMIZ

Il parroco di Paluzza che alza la voce contro le interferenze del Vaticano sul caso di Eluana Englaro.
Preti carnici arroccati nelle loro valli, con al petto il simbolo alessandrino della chiesa aquileiese e non di quella romana. Tonache irriducibili, in trincea per la conservazione della lingua e della civiltà friulana. Greggi di fedeli montanari in bilico tra cattolicesimo e protestantesimo. Un’ostilità della periferia contro il centralismo di un’Ecclesia che punta alle “piazze piene” e non tiene conto delle “chiese vuote”. Una terra anarchica e socialista, Carnia “cence Dio e cence Madone”.

Per capire questo piccolo mondo ai limiti dello scisma, mi hanno detto a Udine, devi leggerti le quattrocento pagine in friulano di un libro semiclandestino e mai tradotto: “La fabriche dai predis” . La fabbrica dei preti, cioè il seminario, descritto come struttura immutabile, iperconservatrice e sessuofobia. Un micidiale pamphlet, gonfio di una lingua schietta fino alla truculenza, scritto non da un politico anticlericale, ma un indomabile prete carnico, il fu Antonio Bellina . Un tipo combattivo e scomodo, attaccato al popolo di Dio, insofferente delle gerarchie e di conseguenza relegato in una parrocchia di periferia, Basagliapenta. Narrano che quando Wojtyla annunciò la sua visita in Friuli, solo una persona osò protestare per l’enormità della spesa. Era sempre lui, “pre Toni Beline” , figlio della Carnia amara. La Curia tentò di tacitarlo, ma quello non era tipo da star zitto e aveva tutti i numeri per parlare: in vent’anni di lavoro “matto e disperatissimo” aveva tradotto la Bibbia in friulano e la sua fatica aveva potentemente contribuito al riconoscimento ufficiale della lingua, gettando le basi delle leggi speciali a tutela della sua gente.
E così, dieci anni fa, alla fine di una vita di obbedienza, questo piccolo Lutero del Nordest ha deciso di vuotare il sacco e raccontare l’ultimo segreto del suo mondo. Il più intimo, quello del collegio che per quattro secoli – dal concilio di Trento in poi - ha formato generazioni di preti: il seminario. Quattrocento pagine scritte tutte d’un fiato, come una liberazione. Figurarsi il putiferio in curia.
Il testo fu immediatamente tolto di circolazione, bollato dai vescovi e dal Vaticano, tenuto nascosto per dieci anni con divieto assoluto di traduzione in italiano e altre lingue. Poiché non sembrava abbastanza, al prete è stata chiesta una lettera di scuse, quasi un’abiura. Ma il Friuli è terra ostinata, e ostinati sono i suoi preti. Così Don Bellina - nato nel 1941 e nel frattempo passato a miglior vita nell’anno del Signore 2007 - ha deciso di essere ancora scomodo, e di consumare da morto la rappresaglia per la censura subita.
Non si sa come, ma da qualche tempo il libro galeotto è scappato di mano e ha preso a circolare con evidente imbarazzo della Chiesa di Roma.
L’abbiamo letto, ed è stata una rivelazione. «Leviamoci il cappello e fermiamoci un attimo a pregare per tanta manovalanza sacrificata e assassinata in questi anni e secoli», esordisce Bellina per mettere subito le cose in chiaro. Il termine “assassinata” è una figura retorica, ma siete avvertiti. “Manovalanza” è il modo con cui l’Autore chiama se stesso e i suoi compagni d’avventura. Ma il Nostro chiede di pregare anche per le “maestranze”, i suoi insegnanti, anch’esse “vittime di un sistema che accoppava l’uomo illudendosi di onorare Dio, il quale pure l’aveva voluto a sua immagine come coronamento del Creato”.
Il seguito è la descrizione spietata di un pianeta della noia che clona individui tutti eguali. Una “prigione volontaria” dove si cancella l’uomo per fare un automa. Un posto blindato dove – racconta il prete friulano - è vietato far domande, si vive nel terrore della punizione e si obbedisce sempre e comunque. La castità era l’ossessione dominante: a date fisse il bromuro “arrivava a camionate in tre luoghi classici: il seminario, le caserme e la prigione”. In una tazza di latte in polvere con una roba nera chiamata caffè, “mani sante e discrete” mettevano ogni mattina una dose del sedativo, e i ragazzini in tumultuosa adolescenza non riuscivano a capire come mai, tornati nelle loro povere case, bastasse loro una minestra e una crosta di formaggio per sentire “movimenti di truppe”, mentre invece, dopo gli abbondanti pranzi seminariali, tutto taceva sotto la cintura. Le mani in tasca? Guai. Dovevano star fuori, anche d’inverno, per evitare contatti con parti intime. Per questo - spiega l’Autore - i vecchi preti si fregano spesso le mani: non avendo potuto scaldarsele per anni in seminario, hanno ereditato un freddo endemico e l’istinto di scaldarsi altrimenti. La doccia? Andava fatta alla velocità della luce, sempre per scongiurare soste sulle parti di cui sopra, e per questo dopo cinque minuti qualcuno sparava nei tubi acqua gelata. Così, se qualcuno faceva il furbo, “rischiava non solo la dannazione eterna ma anche la polmonite”. Il corpo? Un male necessario, un nemico contro cui combattere. Il sesto comandamento giganteggiava sugli altri nove e le tentazioni corporali erano tutte codificate. Persino la donna che allatta a seno nudo.
Racconta Gianpaolo Gri, antropologo dell’università di Udine: “Di famiglia indigente, il piccolo Bellina non era tenuto in nessuna considerazione ed è rimasto emarginato e scomodo anche da prete”. I poveri dovevano tacere; lamentarsi era segno di ingratitudine; ogni momento veniva detto loro che la retta non bastava a coprire le spese. Ma l’Autore aveva un altro handicap: era intelligente, e gli intelligenti erano, scrive egli stesso, “i primi a cadere sotto il plotone di esecuzione”. In seminario “avevano paura di essere sbattuti fuori non i più stupidi e addormentati ma i più intelligenti e svegli”.
Dalle 400 pagine emerge un bestiario di personaggi indimenticabili. Come il parroco di Ampezzo, detto Himmler per la sua durezza; Aldo Moretti, che diventa pilastro dell’organizzazione clandestina “Gladio”; o Riccardo della Rovere, che insegna fisica in una catacomba e fuma sputando fumo dalle narici come un dragone. “Nella tradizione carceraria si usa dare ai prigionieri un’ora d’aria... In quella prigione mistica e volontaria che è il seminario, ci era consentito uscire in quel mondo dove (agli occhi dei nostri insegnanti, n.d.r.) regnavano solo brame inconfessabili e porcherie inimmaginabili”. L’intervallo era di un’oretta, i ragazzi potevano camminare solo in fila, due a due, ed era proibito tutto: parlare, correre, ridere, curiosare, fermarsi e ovviamente appartarsi. “Si andava là dove destinava il prefetto. Se lui diceva di fermarsi, bisognava fermarsi anche se si aveva voglia di camminare”. Niente coppie fisse: gli abbinamenti erano decisi dal seminario e il compagno era cambiato ogni tre mesi, per il timore ossessivo di “amicizie particolari”. E che dire dei silenzi imposti per esercitazione ascetica. Non era facile, per degli scriccioli di undici-dodici anni “ancora innamorati della vita”, stare un giorno e talvolta una settimana senza proferir parola. «Loro ci dicevano che si trattava di un atto di grande virtù; a noi sembrava un atto di una crudeltà disumana. E difatti, quando suonava la campanella per avvertirci che iniziava il ritiro, si sentiva in tutto il seminario un grido collettivo e disumano come di bestie in agonia. Dopodiché calava su tutto un silenzio innaturale».
Un mondo che non c’è quasi più, è vero. Ma le gerarchie da esso formate ci sono eccome, incalza Bellina. Esse spiegano una struttura tesa “all’autoconservazione e quindi all’immobilismo”, strada che rischiava di portare la Chiesa nel modo più rapido alla “sparizione autoconsunzione”. Un mondo finito più per esaurimento demografico che per capacità di rinnovamento.
Per formare un esercito di obbedienti, scrive il prete ribelle, venne estirpata da essi l’umanità esattamente “come il dentista, per prima cosa, uccide il nervo”. E non è finita, perché, dopo la “castrazione”, arriva la “clonazione”. Con preti, frati, monache, vescovi, “cardinali e papi che ripetono sempre la stessa solfa centinaia di migliaia di volte”. Che ne sappiamo dei preti? Quanti di essi scompaiono senza lasciar traccia dopo una vita oscura? Chi racconterà mai la loro ultima resistenza nelle periferie dimenticate? «Sparisce il politico, sparisce l’intellettuale, e resta solo il prete a pagare per tutti, a fare da papa e re».
Per questo, scrive Bellina, l’epopea di questi eroi sconosciuti va narrata fin dall’inizio, senza veli, per far capire che essi sono stati in fondo “migliori di quello che avrebbero dovuto essere stanti le premesse”.
Il libro ti porta in un mondo tenebroso fatto di preghiere terribili; orazioni che spaventano, mostrano un Dio che punisce, spiegano in morbosi dettagli la decomposizione del corpo umano, creano il terrore della morte. «Ho visto andarsene tanta gente, preti inclusi - si confida Bellina, che ha fatto il parroco per quarant’anni, - e posso dire che tanti preti non ce l’hanno fatta a morire con dignità, perché tornava fuori in loro quella paura di Dio che gli era stata instillata come veleno negli anni più sereni della vita».

Come “Padre padrone” di Gavino Ledda, anche “La Fabbrica dei preti” è un’opera spietata, destinata a sollevare polemiche, ma anche un lavoro di robusto vigore morale, figlio ruspante della provincia italiana dimenticata. Talvolta “eccessivo”: ma certamente su cui riflettere. Una parte delle attuali gerarchie vaticane sono figlie di questo mondo. E certe chiusure della Chiesa sotto il pontificato di Ratzinger diventano più comprensibili alla luce di questo libro.

1 commento:

Jaio Furlanâr ha detto...

O m'in voidi chest pàs a slargjâ le vôs:-) Graziis pal post.